Dunque ci siamo, con l’elezione di Trump il mondo si è finalmente accorto dell’esistenza delle bufale online e di quanto possa essere pericoloso disintermediare l’informazione privando i cittadini di ogni garanzia di veridicità di quanto pubblicato. Non possiamo sapere con certezza se la circolazione di false notizie abbia davvero e in che misura determinato l’esito elettorale, ma il solo dubbio è più che sufficiente ad alimentare seri interrogativi sul rapporto tra democrazia e web, posto che certamente l’opinione pubblica si forma anche, se non soprattutto, nella rete.
La discussione è ormai aperta: addirittura Google e Facebook si cospargono il capo di cenere e propongono interventi che probabilmente solo poche ore prima non avrebbero esitato a definire censori. Ed in effetti, al di là del segnale di buona volontà riscontrabile nella proposta di bloccare la pubblicità sui siti che propongono notizie farlocche, non è dato capire quali sarebbero i criteri di selezione idonei a discernere tra siti meritevoli di fiducia e teppisti del web, con il rischio di creare anomale funzioni paragiurisdizionali in seno ad aziende, come già accaduto in tema di privacy e oblio. Tali proposte comunque non appaiono efficaci dato che non mettono davvero il dito nella piaga, spiegando per quali ragioni nel web circolino impunemente tante bufale e, conseguentemente, quali potrebbero essere i rimedi quanto meno per arginare il fenomeno.

La vera piaga è l’irresponsabilità, vera o percepita, di chi diffonde le false notizie e di chi ne agevola più o meno consapevolmente la divulgazione. Spararla grossa, talora anche diffamando intenzionalmente, insomma, appare privo di conseguenze, al contrario di quanto avviene nei media tradizionali nei quali, chi diffonde una notizia o esprime un’opinione ci mette sempre il nome e la faccia, rischiando brutte figure o conseguenze peggiori in caso di diffamazioni o altri illeciti.

Il tassello fondamentale di questa impunità, lo scudo protettivo dei divulgatori delle notizie è l’anonimato: restano sconosciuti, quasi sempre, gli autori materiali delle notizie e spesso anche i gestori dei siti e dei portali si nascondono dietro sedi esotiche o servizi di tutela dell’anonimato di assai dubbia liceità.

Ma esiste un siffatto diritto all’anonimato? La risposta è no, certo che no. Per gli autori esiste il sacrosanto e costituzionale diritto di manifestazione del pensiero, non il diritto di manifestarlo con il passamontagna calato sul volto. E per i titolari e gestori dei siti che diffondono notizie o alimentano dibattiti in rete, esiste il diritto di esercitare l’attività imprenditoriale liberamente, ma anche in questo caso in modo trasparente e nel rispetto delle leggi.

A ben vedere, poi, l’anonimato garantito su internet agevola non solo la divulgazione di notizie false, ma la commissione di un numero impressionante di reati, quali estorsioni, ricatti, frodi, contraffazioni e tanti altri. Superare il feticcio dell’anonimato consentirebbe di contrastare con efficacia fenomeni estremamente dannosi per la collettività, senza minimamente comprimere la libera manifestazione del pensiero.

Avv. Stefano Previti
© Riproduzione riservata

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