Abbiamo già solcato questa rilevante tematica lo scorso febbraio, occupandoci dell’acceso dibattito che si era creato fra gli addetti ai lavori, giuristi e tecnocrati sui recenti tentativi di rimodulazione delle tariffe per i diritto di copia privata.

La discussione è poi scemata in attesa del tanto auspicato decreto di riordino della materia, che come era presumibile ritenere, anche sulla base dei differenti ma significativamente rilevanti interessi in gioco, non si è fatto più di tanto attendere. Ed ecco, quindi, che lo scorso 8 luglio è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo in materia di “Determinazione del compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi ai sensi dell’art. 71-septies della legge 22 aprile 1941, n. 633”.

Avevamo già scritto come fosse molto complesso, in una simile materia che tocca diverse e contrapposte aree di interessi industriali, raggiungere l’obiettivo della salvaguardia congiunta di tutti i soggetti in gioco. Difatti, se per un verso le pressioni dei costruttori di apparecchi e device si sono indirizzate verso un abbassamento, se non addirittura una eliminazione, del compenso di copia privata, per l’altro gli autori ed i produttori di contenuti hanno fatto pressioni per un incremento delle tariffe, motivando l’innalzamento sulla base della sempre crescente maggior facilità ed accessibilità del processo di copia nonché in considerazione dei lievitati costi fissi di produzione degli stessi contenuti.

Premettiamo che la rimodulazione non è stata una scelta arbitraria dell’odierno esecutivo, ma si è resa effettivamente necessaria sulla base della normativa vigente: le precedenti tariffe erano “ferme” dal 2009, il precedente decreto aveva (come l’attuale) validità triennale ed avrebbe dovuto essere rinnovato già a dicembre 2012. Ecco dunque le nuove tariffe per i prodotti principali: 4 euro per gli smartphone con capacità di 16 gb (in Francia sono 8 euro e in Germania 36 euro); 4 euro i tablet, sempre con 16 gb di memoria (in Francia sono 8 euro e 40 centesimi e in Germania 15,18 euro); 0,36 euro per le memory card con 4 gb di capacità (in Francia sono 0,32 euro e in Germania 0,91); 0,20 euro per i dvd (in Francia sono 0,90 euro). Di seguito una tabella esplicativa per meglio comprendere la discrasia fra i più rilevanti mercati europei.

Lo sforzo del Ministero per l’adeguamento delle tariffe è indubbio, così come non si può negare quanto i rappresentanti degli autori, con la loro ferma presa di posizione sul tema, abbiano avuto un ruolo determinante nelle decisioni prese. Il decreto, fa notare il Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo, “corrisponde alle tante sollecitazioni del mondo della cultura. Solo un mese fa, oltre 4mila autori hanno chiesto al governo di intervenire a tutela del diritto alla creatività e di monitorare i riflessi della costante e rapida evoluzione tecnologica nel mondo dell’arte”.

Non sono, ovviamente, mancate aspre critiche e ripetute polemiche dell’altra parte della barricata, che vede l’incremento come una tassa dalla quale, come di moda nel Bel Paese, fuggire con ripudio. Secondo Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale, l’aumento sarebbe ingiustificato in quanto “non riflette l’evoluzione delle tecnologie” e “le mutate abitudini di consumo”. “I consumatori italiani – continua il presidente – privilegiano l’uso delle tecnologie più avanzate, come risulta anche da un sondaggio commissionato dall’ex ministro della Cultura Bray, in particolare lo streaming e il cloud storage, per i quali i diritti d’autore e di copia sono corrisposti ai titolari dai gestori delle piattaforme digitali, mentre la copia privata è ormai un fenomeno residuale”. “In questo modo – contesta ancora Catania – la funzione del compenso da copia privata da residuale, come previsto dalla legge, diventa una componente sostanziale, assumendo il carattere di vero e proprio sussidio verso l’industria della cultura”.

Non può ovviamente sorprendere questa accorata difesa degli interessi delle importante industrie rappresentate da Confindustria Digitale, e nulla quaestio sul mutamento delle abitudini di consumo degli italiani, sempre più assuefatti di post e selfie piuttosto che di pizza e mandolino. Tuttavia proprio queste mutate consuetudini di consumo conducono a ritenere, quantomeno a parer dello scrivente, che il processo di copia di un’opera protetta dal diritto d’autore non sia più una fattispecie residuale – riservata agli esperti di tecnologia  – ma, anzi, sia divenuta una operazione di ruotine all’ordine del giorno per chiunque di noi. Insomma anche le nostre nonne ormai “whatsuppano” e “instagrammano” a più non posso, copiando immagini e filmati, salvandoli sul proprio device e condividendoli sul web.

La replica del Ministro firmatario del decreto non si è fatta attendere: “Parlare di tassa sui telefonini – sottolinea Franceschini – è capzioso e strumentale: il decreto non introduce alcuna nuova tassa, ma si limita a rimodulare e aggiornare le tariffe che i produttori di dispositivi tecnologici dovranno corrispondere agli autori e agli artisti per la concessione della riproduzione ad uso personale di opere musicali e audiovisive scaricate dal web. Un meccanismo esistente dal 2009 che doveva essere aggiornato per legge”.

Tuttavia anche il Ministro Franceschini si trova concorde con Catania nell’auspicare che Governo e Parlamento, “dovranno adesso riflettere sulla necessità di adeguare la norma di legge ai cambiamenti tecnologici e di mercato, in parte già avvenuti e in parte prevedibili”.

Lato autori e produttori di contenuti, non poteva mancare il commento di Gaetano Blandini, direttore generale della SIAE: “Sembra piuttosto chiaro che Confindustria digitale non reputi la cultura una priorità del nostro sistema economico” aggiungendo che “sostenere la creatività italiana significa tutelare un settore produttivo che traina tutta l’economia nazionale, e che fornisce contenuti per le nuove tecnologie, senza i quali le multinazionali, che Catania difende, non guadagnerebbero un euro!”.

Si unisce al coro dei sostenitori degli aumenti al compenso di copia privata anche Confindustria Cultura, che per il tramite del proprio presidente, Marco Polillo, conferma come la copia privata “non è una tassa sull’innovazione ma la giusta retribuzione per copyright”. “Confermiamo il nostro appoggio – conclude Polillo – alla misura introdotta dal Governo, che riconosce l’impianto di un sistema di remunerazione che fino ad oggi, come stabilito da ripetute decisioni della Corte di Giustizia Ue, è il migliore possibile”.

Concludendo, non vi potrà mai essere unità di intenti ed opinioni su un tema così spartiacque come questo, anche se non va sottaciuto come l’interesse alla promozione della cultura, in un epoca in cui molti dei valori ad essa connessi si stanno perdendo, dovrebbe essere primario in senso assoluto. Certo nel paese in cui, da secoli, si alternano le fazioni più disparate, dai Guelfi ai Ghibellini, passando per i Montecchi ed i Capuleti, per finire con i Borboni ed i Garibaldini, la diatriba fra cultura e tecnologia non poteva mancare.

Filippo Catanzaro

© Riproduzione riservata

 

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