Rischia di assumere proporzioni enormi il dibattito in materia di privacy che si è, inevitabilmente, scatenato dopo la decisa presa di posizione di Apple nel negare il proprio aiuto all’FBI che da mesi provava, senza successo, ad entrare nello smartphone di Syed Rizwan Farook, l’attentatore che con sua moglie, lo scorso dicembre, ha assaltato un centro di assistenza a San Bernardino uccidendo 14 persone.

Il Ceo del colosso di Cupertino, Tim Cook, tramite una lettera pubblicata il 16 Febbraio, ha reso note le ragioni che lo hanno spinto a non ottemperare all’ordine di un giudice federale di Los Angeles che obbligava Apple a bypassare il codice di protezione del cellulare e quello di autocancellazione dei dati, in modo che per gli investigatori potesse risultare più semplice sbloccare l’iPhone dell’attentatore. Cook ha sottolineato come, in tale circostanza, il governo degli Stati Uniti si sarebbe eccessivamente “sbilanciato”, compiendo “un passo senza precedenti che minaccia la sicurezza dei clienti”. Ha, poi, aggiunto: “il governo Usa ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e che consideriamo troppo pericoloso creare” evidenziando che “nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone”.

All’interno di questo contesto, che vede contrapposte le esigenze in materia di tutela dei dati personali con quelle attinenti alla lotta al terrorismo e alla salvaguardia della sicurezza nazionale, ha deciso di inserirsi anche Google, schierandosi apertamente al fianco di Apple e ribadendo, tramite un tweet del proprio Ceo, che “forzare le aziende ad abilitare l’hacking potrebbe compromettere la privacy degli utenti”.

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