Un’app che eroga un servizio pubblico non autorizzato compie un esercizio abusivo della professione”: è quanto affermato dall’ex Ministro dei Trasporti Lupi con riferimento ad UberPop, servizio di autovettura con conducente prenotabile in tempo reale dall’app dello smartphone – attivo nelle città di Milano, Torino, Genova e Padova – che scatena la protesta dei tassisti italiani.

Infatti, a differenza del servizio UberBlack, svolto da autisti professionisti muniti di berlina nera o van a sei posti e disponibile soltanto a Roma e Milano, UberPop consente a chiunque di diventare driver: unici requisiti necessari sono una vettura immatricolata da meno di otto anni e la fedina penale intonsa.

Inoltre, i driver non rilasciano ricevute né fatture: la corsa si paga con trattenuta sulla carta di credito. La multinazionale californiana – che per l’Europa ha sede in Olanda – incassa i pagamenti e versa il rimborso spese direttamente sul conto corrente del driver, il quale si occupa di pagare le imposte.

La protesta ha già generato tensioni e problemi di ordine pubblico difficilmente gestibili dai sindaci dei Comuni coinvolti, costretti ad irrogare ai driver sanzioni amministrative (multe, sequestro dell’auto, sospensione della patente, ecc.), poi puntualmente annullate dai tribunali chiamati a decidere sui ricorsi: secondo i giudici, infatti, UberPop non ha le caratteristiche tipiche dei taxi e il driver non è un abusivo.

Il Giudice di Pace di Torino, con sentenza n. 1760/2015, ad esempio, afferma che tale servizio integra un contratto di trasporto diverso dal “servizio su piazza” previsto dall’art. 86 del Codice della Strada, in quanto non prevede né stazionamento né obbligatorietà nelle aree comunali. Presenta, piuttosto, profili comuni con Ncc e car-sharing, che sono considerati legali.

Si è di fronte ad un evidente vuoto normativo che impedisce di sanzionare.

La Commissione UE sta valutando la possibilità di regolamentare l’app fornendo linee guida omogenee a tutti i Paesi membri.

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