Isaac Asimov aveva brillantemente provato a mettere in guardia le nuove generazioni dal rigore tecnologico che da sempre governa il mondo dell’informatica (“La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta”) ed ora il colosso di Mountain View ha ulteriormente calcato la mano con il lancio dei Google Glass: occhiali multimediali che, una volta programmati e messi in funzione, sono più che “onesti” – e se mi è concesso anche un pò “disumani” – nel captare e registrare ogni momento di vita reale trascorra innanzi ai propri sensori. Le lenti infatti fungono da headup display sul quale vengono proiettate immagini, testi, fotografie e dati sugli oggetti inquadrati, quindi informazioni che arricchiscono la percezione sensoriale dell’utente.

Quello che è importante capire fin da subito è se saremo pronti a tutelare la nostra privacy e le creazioni del nostro intelletto con regole certe e strumenti di controllo affidabili o se, diversamente, la nostra“fame” di tecnologia sarà tale da far scemare ogni timore per la nostra libertà? Le implicazioni che una simile tecnologia possono avere sulla nostra quotidianità sono numerose e particolarmente estese: dalla più scontata ed immediata questione in tema di privacy al rispetto del codice della strada, dall’attività di informazione alla giustizia processuale (pensiamo a nuovi profili probatori che potrebbero crearsi con l’utilizzo dei Google Glass), dalle regole a tutela di soggetti minori e/o portatori di handicap alla protezione della proprietà intellettuale ed all’ordine pubblico.

In tema di privacy delle persone, il problema si pone innanzitutto per l’utilizzatore dei Glass, in quanto a device acceso Big G sarebbe nella condizione di conoscere ogni spostamento ed azione dell’utente. A ciò, tuttavia, si potrebbe agilmente ovviare tramite una corretta informativa all’utente, il quale poi potrà discrezionalmente accettare o meno le conseguenze relative all’uso dei Glass. Pur non conoscendo ancora le specifiche dei Glass, sulla base di quanto sinora reso pubblico da Google, in astratto l’azienda californiana non dovrebbe essere ritenuta responsabile di eventuali violazioni della privacy, in quanto ne risponderebbe l’utilizzatore dei Glass che carica un video in rete, poiché il prestatore di servizi in rete non è responsabile delle informazioni memorizzate a meno che non si provi che sia al corrente della loro illiceità e non agisca immediatamente per rimuoverle (cfr art. 16 D. Lgs 70/2003).

Tutto ciò ovviamente a condizione che Google si limiti a salvare sui propri server le registrazioni senza ulteriori attività di catalogazione ed organizzazione dei contenuti. La giurisprudenza italiana sta infatti creando un orientamento secondo cui “la responsabilità penale degli ISP, mancando una precisa legislazione in materia che li equipari alle produzioni stampate o alle reti televisive, non può essere costruita al di là dei canoni interpretativi ed applicativi dell’attuale quadro normativo. Sarà possibile considerarli responsabili dei contenuti dei file sugli stessi caricati (soprattutto nel caso di tratti di hoster attivi o content provider) solo nel momento in cui si provi la consapevolezza del fatto delittuoso”. E ancora: “è ovvio che l’hoster attivo o il content provider, che dir si voglia, avrà certamente un livello di obblighi e di comportamenti più elevato di quello di un semplice host provider […]: lo rende inevitabile il suo diventare “dominus” di dati che, per il solo fatto di essere organizzati e quindi selezionati e quindi “ appresi”, non sono più il flusso indistinto che non si conosce e che non si ha l’obbligo di conoscere” (in Riv. Ind. 2010 p. 328 e ss.). Ed è proprio in relazione a questi aspetti, soggetti a diverse interpretazioni, che “giocano” i grandi player del web, nonostante la giurisprudenza nazionale, e non solo, stia provando a fare chiarezza sul punto.

Va da sé che affinché il servizio possa essere ritenuto davvero appetibile per l’utenza, Google verosimilmente dovrà analizzare le riprese che provengono dagli occhiali multimediali e compararle con le immagini presenti nei suoi server per reperire al fine di fornire le informazioni all’utilizzatore degli occhiali. Una ipotesi di quanto detto potrebbe svilupparsi qualora Google decida di attingere al data base della sua piattaforma social, Google+, per recuperare dati (immagini, dati di profilazione) delle persone riprese per fornire all’utilizzatore dei Glass le relative informazioni. In astratto pertanto Big G realizzerà ulteriori attività trattamentali che saranno lecite in merito ai dati di colui che usa i Glass, ma che potrebbero non esserlo nei confronti dei dati di soggetti terzi. Infatti il nostro ordinamento stabilisce che è necessario ottenere il consenso del titolare dei dati nel momento in cui si intende effettuare un trattamento degli stessi. In tema di diritto all’immagine, la stessa normativa dispone che non occorre il consenso quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà della persona ripresa, da esigenze di cronaca, o quando la riproduzione è collegata ad eventi di interesse pubblico svoltisi in pubblico (cfr art. 10 cod. civ; artt. 96 e 96 L. 633/1941).

Un’ulteriore profilo critico è individuabile nelle altrui conversazioni che potranno essere registrate dai Glass. Qualora si registrasse il dialogo di una persona al telefono, sarebbe da considerare una interferenza illecita nella vita privata? Ciò che è certo, ed anche abbastanza evidente, è che l’uso dei Glass sarà foriero di numerose potenziali violazioni dell’attuale normativa privacy, sia nella fase di ripresa (anche la ripresa è un trattamento di dati), sia soprattutto in quella successiva eventuale di diffusione pubblica delle immagini sul web. I colossi americani del web si difendono sostenendo la non applicabilità della legislazione europea in quanto le loro sedi principali sono stanziate fisicamente al di fuori dell’Europa. Tuttavia di recente il Parlamento UE, nell’attività di sviluppo e redazione del nuovo regolamento europeo in materia di privacy, ha tenuto a chiarire espressamente che chi offre servizi o prodotti a consumatori europei sul territorio dell’Unione è tenuto ad applicare la normativa UE, suffragando l’attuazione del principio privacy by default, cioè il divieto di trattare dati personali altrui se non si ottiene prima il consenso. Google sarà pertanto tenuta a rispettare le norme europee, compreso quelle in materia di privacy, come del resto anche chi utilizza gli occhiali multimediali nel territorio dell’Unione, registrando immagini, volti e parole di cittadini europei.
Infine una chiosa per la miriade di dati che transiteranno sui server di Google. Chi ci garantisce che non verranno utilizzati in qualche modo da Google stesso, ad esempio a fini di profilazione degli utenti?

Il lancio dei Google Glass è stato accolto con molto fervore dagli addetti ai lavori, che hanno parlato di “realtà aumentata”; credo tuttavia che, a pochi mesi dal loro avvento sul mercato, si inizierà a parlare anche di “libertà diminuita”.

Filippo Catanzaro

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